Viaggio verso le migrazioni.
Da Salina e S. Giovanni in Fiore
Maria Immacolata Macioti
Premessa
Viaggi sognati, viaggi realizzati. Viaggi attraverso libri. Viaggi fatti per vacanze o per studio, o magari per lavoro. Un tempo, ma anche oggi, per motivi religiosi: basti pensare al ruolo dei pellegrinaggi che hanno accompagnato, un po’ sotto tutti i cieli, la storia dell’umanità. Viaggi voluti, viaggi subiti. Sempre i viaggi hanno cambiato, cambiano i soggetti che ne sono implicati, producono in essi inevitabili mutamenti nelle conoscenze, negli atteggiamenti, nelle capacità interpretative e comunicative. Il viaggio chiama in causa infatti la nostra identità, ci consente di mutare in relazione all’alterità con cui si entra in contatto. Il viaggio consente un gioco interessante, evidente o implicito, tra vicinanza e lontananza: siamo estranei, lontani rispetto alla realtà nuova con cui entriamo in contatto, e questo ci consente maggiore distacco critico. Possiamo esplorare il diverso universo, la nuova realtà grazie ai parametri culturali interiorizzati, a partire dalla cultura acquisita. Ma non capiremo la realtà, la nuova situazione se questa estraneità dovesse essere troppo marcata, se non dovesse consentirci di entrare in questo diverso universo, di penetrarne le regole, le modalità, le caratteristiche. Guardare a ciò che si vede con occhi di disprezzo e disapprovazione non consentirebbe certo una comprensione della realtà in causa. Acuirebbe, semmai, preconcetti e ignoranza. Lontananza e vicinanza divengono quindi entrambi atteggiamenti necessari, compresenti. Solo insieme, in un precario, rinnovabile equilibrio, consentono una conoscenza che sia anche comprensione del fenomeno sociale osservato.
E non solo. Consentono anche, se i viaggi si traducono in diari o anche in memorie scritte, di saperne di più sul viaggiatore stesso. Che per quanto possa cercare di scomparire in realtà lascia sempre tracce di sé, si rivela al lettore. Volontariamente o, più spesso, involontariamente, senza proporselo.
Penso alle ottocentesche Passeggiate romane di Ferdinand Gregorovius, che ho letto molti anni fa nella bella edizione di Franco Spinosi Editore (Roma, 1965), con stampe di Aquaroni. Perché Gregorovius ancora oggi ci può essere guida nelle vie, nelle piazze romane, nei costumi della città e delle campagne intorno. Godiamo delle sue accurate descrizioni, delle diversità intercorse tra la Roma di allora e quella di oggi, tra le ottocentesche cittadine laziali e quelle del Duemila. Ma non solo di questo si tratta. Penetriamo altresì, grazie alle sue memorie, nel mondo di un viaggiatore colto, di uno studioso attento, capace di dar conto di storiche chiese ed abbazie, di alti palazzi principeschi così come di teatri popolari in cui, tra sporcizia e polvere, si possono però godere le storie fantastiche delle marionette: le storie cioè di Orlando Paladino e del suo scudiero Pulcinella, quelle di Lancillotto, della bella regina Ginevra e di re Artù o del mago Malagigi o del cattivo re Marsilio, che medita tradimenti ai danni di Carlo, il re dei Franchi. Racconta, Gregorovius, di come la gente segua rapita queste vicende che sono ormai patrimonio comune nell’area mediterranea, di come i ragazzini lancino sacchetti di carta contro i cattivi, accolti con grida e fischi. Una tradizione ancora oggi viva in Sicilia, di cui si trovano residui nei piccoli teatri di marionette nelle ville comunali romane. Che ho seguito da piccola, io stessa, al Pincio. Ma non solo: Gregorovius ci spiega che esiste anche un teatro delle marionette dei ricchi, degli abbienti. Ci conduce, in Roma e nei dintorni, tra i potenti signori di antichi castelli, di grandi proprietà terriere: tra questi, i Colonna, famiglia storica su cui si sofferma a lungo, anche perché ha vissuto, è tornato più volte a Genazzano, perché conosce Paliano, è passato da molti dei loro feudi, tra cui Palestrina, uno dei più importanti. Ma Gregorovius è anche un viaggiatore attento, critico: ci spiega che la fortuna della casata è finita con il grande Marcantonio Colonna, con le spese ingenti da questi sostenute per la battaglia di Lepanto. Da allora in poi, i Colonna non saranno più gli oppositori del papato ma grandi signori al servizio del pontefice. E non solo. Sa bene che a un principe romano corrispondono servi, contadini impoveriti, mal pagati; gravati, spesso, da debiti. Costretti a vendere, se mai le hanno avute, le loro terre. È un conoscitore ma anche un duro critico di questo sistema del latifondo, dei baroni e dei conventi che si arricchiscono mentre i contadini si indebitano. Fa descrizioni vivaci e accurate delle feste religiose che vede, cui ha potuto partecipare, a Roma come altrove nel Lazio (a Genazzano, ad esempio). Sa che esistono ordini religiosi che hanno fatto, che fanno del bene, che sono largamente noti per dedizione agli altri, per generosità: ma è estremamente critico nei confronti di quella che noi oggi chiameremo la chiesa istituzionale. Anche l’apertura delle sue Passeggiate romane con una panoramica storia e con una descrizione del ghetto, con il rimando alle umiliazioni secolari cui i pontefici hanno costretto gli ebrei, ai balzelli e contributi cui gli ebrei hanno dovuto piegarsi, mi sembra estremamente indicativa al riguardo. Gregorovius, come comprende chiunque lo legga con occhi attenti, non ama questa chiesa romana. Grazie a Gregorovius a suo tempo ho riscoperto Roma e i paesi intorno alla capitale, che pure conoscevo direttamente. E insieme ho conosciuto e apprezzato lui, lo scrittore Ferdinand Gregorovius, capace di rivivere la storia antica in una luogo ormai diruto, in un capitello di colonna spezzato. In un sasso. Capace altresì di comprendere i patimenti, le gioie, i divertimenti della popolazione romana dei suoi tempi: uomini e donne che lavorano e s’ingegnano, contadini provetti e abili artigiani, vinai, operai. Di apprezzare Roma inondata dal chiarore lunare, di rimanere sbigottito, lui che proviene da una cultura nordica, da altri orizzonti e storie, di fronte alla bellezza di certi paesaggi laziali, ma senza dimenticare la forza di sopportazione, la tenacia degli ebrei, lo sfruttamento degli oppressi, i poveri svaghi di una popolazione in miseria. Ha empatia per coloro che descrive.
Sono rivelatori, i viaggi. Tanto che bisognerebbe essere molto cauti nello scriverne, nel ricordarli, nel comunicarli. Perché sveliamo, parlandone, scrivendone, paesaggi, realtà, rapporti tra persone, rapporti sociali. E non solo. Sveliamo anche, inevitabilmente, noi stessi. Anche laddove non è questa l’intenzione dello scrivere. Ma questo sarà vero anche nel caso di brevi, circoscritti percorsi?
Me lo chiedo, mentre scrivo di un breve recente viaggio verso Salina, verso le migrazioni italiane da Salina. Verso la Salina di oggi. Verso la Salina ottocentesca. Un viaggio che, nell’insieme, è durato tre giorni in tutto, di cui quasi due spesi per recarci sui luoghi, per ripartirne. Chi leggerà questo breve resoconto cosa potrà pensare di chi ha pensato a un itinerario di questo genere?
A Salina / Da Salina
Il 15 giugno 2010 siamo partiti dall’aeroporto di Fiumicino per recarci a Reggio Calabria e da lì a Salina. Siamo in sette: con me c’è Mara Clemente, del Dottorato in Teoria e Ricerca Sociale della Sapienza, a suo tempo fondato da Franco Ferrarotti, ora da me coordinato; ci sono inoltre uno studente, Tommaso, e delle studentesse del corso di laurea interfacoltà in Cooperazione e sviluppo.
Scopo del viaggio, una visita al Museo delle Eolie. Ci pensavo da vari anni, da quando cioè avevo incontrato il collega Marcello Saija che ne aveva parlato con molta passione durante un convegno tenutosi a Gualdo Tadino per la fondazione del Museo regionale dell’Umbria, museo che ho poi avuto modo di visitare e con la cui direttrice abbiamo da tempo scambi di informazioni, di materiali, occasioni di incontro.