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Metodologia qualitativa è un portale dedicato a iniziative ed eventi di interesse per esperti e cultori dell’approccio qualitativo nella ricerca sociale.

Nasce per iniziativa della sociologa Maria Immacolata Macioti, nota in Italia e all’estero per i suoi studi su fenomeni religiosi, processi migratori, marginalità sociale, condotti sempre privilegiando un metodologia di ricerca di tipo qualitativo.

 

Storie dominicane. Uno studio qualitativo della prostituzione minorile in contesti di turismo sessuale


Mara Clemente, Storie dominicane. Uno studio qualitativo della prostituzione minorile in contesti di turismo sessuale, Roma, Nuova Cultura, 2011

 
 
Mi sembra che questo libro sia da leggere per più ragioni: la prima è il tipo di argomento trattato. Oggi infatti si è piuttosto avvertiti circa l’esistenza del “turismo sessuale”, un fenomeno in crescita negli ultimi anni, in relazione ai territori interessati. Un tema scomodo, poco trattato però a livello scientifico, su cui si preferisce piuttosto far calare il velo del silenzio. O, al più, si hanno interventi moralizzanti, di biasimo sociale, ma senza che si abbiano a monte tentativi seri di comprendere razionalmente le motivazioni, le concause di questo fenomeno. Tanto più poi se si tratta di minori: ma le riprovazioni rischiano di rimanere sterili, di lasciare la situazione così come era poiché il conclamato biasimo pubblico non è di regola preceduto da analisi adeguate, dalla conoscenza del fenomeno. Un biasimo quindi che resta a livello verbale o scritto ma che raramente si traduce in azioni consapevoli. Un allarme sociale che non riesce a determinare reali inversioni di rotta. 
 
Il turismo sessuale, assieme alla tratta, è anche uno dei due discorsi all’interno dei quali è “oscurata” la prostituzione minorile. È innanzitutto su questa “scatola nera” che si sofferma l’attenzione di Mara Clemente, che cerca di comprendere intellettualmente il fenomeno nelle sue ombre ma anche nelle sue luci, rigettandone la narrazione che vorrebbe fosse una realtà univoca, omogenea, tutta da biasimare. Tutta da interpretare con categorie schematiche di stampo moralistico, per cui il cliente è il cattivo sfruttatore, chi offre prestazioni sessuali è la vittima. Laddove invece, spiega l’Autrice, possono esservi molte diverse situazioni: e si richiama ai pochi studi esistenti in merito, tratteggiando una pluralità di possibili scenari.
Il profitto ad esempio può assumere diverse forme. Può esservi uno scambio per cui il turista si vede come una persona coinvolta in una genuina e reciproca relazione amicale o amorosa; la ragazza può auto percepirsi come una donna che intrattiene rapporti occasionali o continuativi che l’aiutano nelle necessità sue o della sua famiglia. Specie poi se il rapporto dovesse prolungarsi nel tempo, magari attraverso più viaggi. Ancora, spiega la Clem
ente, il compenso può essere in denaro ma può assumere anche altre forme: un biglietto aereo, ad esempio. Un passaporto. Magari, a lungo andare, un matrimonio. Ed ecco che il rapporto cambia: non più quello di cliente sfruttatore/vittima sfruttata, ma quello di damigella in difficoltà/salvatore.
Compenso e tempo sono quindi due delle possibili categorie interpretative, dei concetti che potrebbero essere utilmente utilizzati per studi su argomenti “delicati” quale la prostituzione minorile. 
 
Ricordo molti viaggi di tanti anni fa verso alcuni paesi dell’URSS quali la Polonia, la Moldavia, la Romania, l’Ucraina. Andavo con alcuni colleghi, uomini e donne, per scambi universitari. Per confronti con i docenti, per lezioni e conferenze. Più volte, all’epoca, noi donne italiane siamo rimaste colpite dal comportamento (dai comportamenti) delle donne del posto, che si facevano avanti, chiedendo agli uomini attenzione, disponibilità, aiuti economici. Magari, un passaporto. Qualsiasi mezzo sembrava utile, all’epoca, ad alcune di loro, per lasciare un paese dove non c’era un futuro, dove si sopravviveva a stento. Non di rado qualcuna di loro bussava alla porta delle camere dei colleghi, la sera tardi. Un comportamento riprovevole? Noi donne italiane presenti non eravamo nella stessa condizione. Difficile dire come ci saremmo comportate in quelle strettezze, in quelle circostanze, per aprirci nuovi orizzonti, dare maggiori possibilità a noi stesse e ai nostri figli. Cosa avremmo fatto di fronte alla dura necessità. Il moralismo non sempre aiuta la comprensione delle circostanze delle necessità.
 
Necessità: e questo rinvia a una seconda osservazione. Meritoriamente, il tema viene trattato nel proprio contesto, calato cioè nella specifica realtà della Repubblica Dominicana. In cui le donne sono più facilmente a rischio di povertà rispetto agli uomini. In cui hanno minori diritti rispetto agli uomini. Hanno invece maggiori responsabilità nei confronti della famiglia.
 
Ma un ulteriore aspetto mi sembra davvero interessante ed è quello della condivisione dell’itinerario della ricerca, dalle prime letture e dai primi contatti con alcuni funzionari e esperti dell’ UTC-DGCS del Ministero degli Affari Esteri fino alla discesa sul campo vera e propria. Un’esigenza metodologica, questa che vuole che si esplicitino i propri presupposti culturali e poi il percorso metodologico, spesso richiamata ma cui non sempre viene data pienamente risposta. In questo caso invece è possibile seguire il percorso culturale e pratico dell’Autrice fin da prima della scelta del tema, fino agli esiti della ricerca, che vanno nel senso di un riconoscimento sì dei danni individuali e sociali possibili, ma anche del riconoscimento di un possibile ruolo di risorsa individuale e lavoro in relazione al fenomeno preso in esame. 
Proprio la ricerca sul campo, la frequentazione dei luoghi di scambio sessuale, l’accettazione da parte di persone in vario modo coinvolte (c’è spesso sovrapposizione, spiega, di offerta e di domanda di sesso) le ha consentito di comprendere che, tra i soggetti interessati, sfruttamento e abuso sono attribuiti di regola piuttosto alla polizia, a soggetti che in teoria dovrebbero essere di tutela: e non sempre lo sono, come risulta ampiamente dai resoconti diaristici presenti nel lavoro. Che si avvale di più strumenti: dall’osservazione scientifica alle interviste in profondità (un questionario standardizzato ci avrebbe portato al più alla superficie della problematica) al diario giornaliero e alla fotografia. Le interviste poi si dividono tra quelle registrate e quelle videoregistrate: un risultato notevole, che attesta il clima di confidenza e fiducia stabilitosi tra la ricercatrice e i vari interlocutori, a partire dai ragazzi o ragazze implicati nella prostituzione.
Tutto il lavoro denota la volontà di evitare giudizi di tipo etico, rispetto verso le persone. L’Autrice spiega infatti che nell’iter della ricerca si è più volte posta interrogativi circa la liceità, circa l’opportunità di far rivivere eventuali esperienze dolorose circa l’offerta di sesso a coloro che le avevano accordato la propria fiducia. E parla di una ricerca che l’ha molto provata, di costi emotivi, determinati anche dagli iniziali preconcetti nei suoi confronti: una giovane donna bianca dai costumi integerrimi. Suora, forse? O lesbica? Comunque, una bianca, una investigadora: quindi, ricca. A cui ricorrere per prestiti, per interventi straordinari. Per emergenze: una comunicazione quindi difficile, in cui l’osservatore diviene oggetto di osservazione. In un processo che ha dato buoni frutti proprio grazie all’atteggiamento, alla metodologia cui ha fatto ricorso Mara Clemente, alle sue capacità di accettare il confronto, di mettersi in gioco.
 
Restando sempre nel campo della metodologia vorrei ancora brevemente soffermarmi sullo spazio dato in questo testo (e, precedentemente, nella ricerca) viene meritoriamente dato a quella che lo psicologo sociale Giuseppe Mantovani ha chiamato “la filosofia della trascrizione”. Operazione delicata, assunta in proprio dall’Autrice che ha voluto rispettare il parlato pur nella piena consapevolezza che la registrazione non vada trattata come una sorta di feticcio davanti al quale ci si può solo inchinare rispettosamente. Pur sapendo che anche la video registrazione, apparentemente più interessante della sola registrazione perché sembra mantenere il contesto, risponde comunque a scelte di prospettive di ripresa fatte a priori dal ricercatore.
 
Dal puntuale esame del turismo dominicano e dalla ricerca specifica sulla prostituzione minorile emergono risultati talora sconfortanti: emergono potenzialità e ombre, poiché si parla di deforestazione e sfruttamento intensivo del litorale domenicano, di danni alla barriera corallina, di forte incremento della delinquenza. Di investimenti a caro prezzo per la rigenerazione delle spiagge e per il risanamento ambientale. Di debole autostima, di fragilità delle relazioni nelle famiglie delle più giovani protagoniste, di solitudine e isolamento. Ma anche di speranze di fuoruscita, di sguardi rivolti altrove. Perché, secondo l’Autrice, quello della prostituzione può essere un «progetto di sperimentazione e gioco, determinazione e intraprendenza. Un progetto maturato nell’ambito di un contesto di vincoli e restrizioni ma anche di ambizioni e aspirazioni al miglioramento». Da tenere quindi ben presente un avvertimento finale sull’importanza di evitare giudizi affrettati e problematici, sulla rilevanza, per una più approfondita comprensione intellettuale del fenomeno, di una attenta scelta anche delle espressioni linguistiche utilizzate nella comunicazione.
 
Insomma, una ricerca interessante, un libro da leggere e su cui riflettere.
 
 
Maria Immacolata Macioti (estratto dall'Introduzione)
 
 

Viaggio verso le migrazioni. Da Salina a S. Giovanni in Fiore

Viaggio verso le migrazioni.
Da Salina e S. Giovanni in Fiore

Maria Immacolata Macioti
 
Premessa

Viaggi sognati, viaggi realizzati. Viaggi attraverso libri. Viaggi fatti per vacanze o per studio, o magari per lavoro. Un tempo, ma anche oggi, per motivi religiosi: basti pensare al ruolo dei pellegrinaggi che hanno accompagnato, un po’ sotto tutti i cieli, la storia dell’umanità. Viaggi voluti, viaggi subiti. Sempre i viaggi hanno cambiato, cambiano i soggetti che ne sono implicati, producono in essi inevitabili mutamenti nelle conoscenze, negli atteggiamenti, nelle capacità interpretative e comunicative. Il viaggio chiama in causa infatti la nostra identità, ci consente di mutare in relazione all’alterità con cui si entra in contatto. Il viaggio consente un gioco interessante, evidente o implicito, tra vicinanza e lontananza: siamo estranei, lontani rispetto alla realtà nuova con cui entriamo in contatto, e questo ci consente maggiore distacco critico. Possiamo esplorare il diverso universo, la nuova realtà grazie ai parametri culturali interiorizzati, a partire dalla cultura acquisita. Ma non capiremo la realtà, la nuova situazione se questa estraneità dovesse essere troppo marcata, se non dovesse consentirci di entrare in questo diverso universo, di penetrarne le regole, le modalità, le caratteristiche. Guardare a ciò che si vede con occhi di disprezzo e disapprovazione non consentirebbe certo una comprensione della realtà in causa. Acuirebbe, semmai, preconcetti e ignoranza. Lontananza e vicinanza divengono quindi entrambi atteggiamenti necessari, compresenti. Solo insieme, in un precario, rinnovabile equilibrio, consentono una conoscenza che sia anche comprensione del fenomeno sociale osservato.

E non solo. Consentono anche, se i viaggi si traducono in diari o anche in memorie scritte, di saperne di più sul viaggiatore stesso. Che per quanto possa cercare di scomparire in realtà lascia sempre tracce di sé, si rivela al lettore. Volontariamente o, più spesso, involontariamente, senza proporselo.

Penso alle ottocentesche Passeggiate romane di Ferdinand Gregorovius, che ho letto molti anni fa nella bella edizione di Franco Spinosi Editore (Roma, 1965), con stampe di Aquaroni. Perché Gregorovius ancora oggi ci può essere guida nelle vie, nelle piazze romane, nei costumi della città e delle campagne intorno. Godiamo delle sue accurate descrizioni, delle diversità intercorse tra la Roma di allora e quella di oggi, tra le ottocentesche cittadine laziali e quelle del Duemila. Ma non solo di questo si tratta. Penetriamo altresì, grazie alle sue memorie, nel mondo di un viaggiatore colto, di uno studioso attento, capace di dar conto di storiche chiese ed abbazie, di alti palazzi principeschi così come di teatri popolari in cui, tra sporcizia e polvere, si possono però godere le storie fantastiche delle marionette: le storie cioè di Orlando Paladino e del suo scudiero Pulcinella, quelle di Lancillotto, della bella regina Ginevra e di re Artù o del mago Malagigi o del cattivo re Marsilio, che medita tradimenti ai danni di Carlo, il re dei Franchi. Racconta, Gregorovius, di come la gente segua rapita queste vicende che sono ormai patrimonio comune nell’area mediterranea, di come i ragazzini lancino sacchetti di carta contro i cattivi, accolti con grida e fischi. Una tradizione ancora oggi viva in Sicilia, di cui si trovano residui nei piccoli teatri di marionette nelle ville comunali romane. Che ho seguito da piccola, io stessa, al Pincio. Ma non solo: Gregorovius ci spiega che esiste anche un teatro delle marionette dei ricchi, degli abbienti. Ci conduce, in Roma e nei dintorni, tra i potenti signori di antichi castelli, di grandi proprietà terriere: tra questi, i Colonna, famiglia storica su cui si sofferma a lungo, anche perché ha vissuto, è tornato più volte a Genazzano, perché conosce Paliano, è passato da molti dei loro feudi, tra cui Palestrina, uno dei più importanti. Ma Gregorovius è anche un viaggiatore attento, critico: ci spiega che la fortuna della casata è finita con il grande Marcantonio Colonna, con le spese ingenti da questi sostenute per la battaglia di Lepanto. Da allora in poi, i Colonna non saranno più gli oppositori del papato ma grandi signori al servizio del pontefice. E non solo. Sa bene che a un principe romano corrispondono servi, contadini impoveriti, mal pagati; gravati, spesso, da debiti. Costretti a vendere, se mai le hanno avute, le loro terre. È un conoscitore ma anche un duro critico di questo sistema del latifondo, dei baroni e dei conventi che si arricchiscono mentre i contadini si indebitano. Fa descrizioni vivaci e accurate delle feste religiose che vede, cui ha potuto partecipare, a Roma come altrove nel Lazio (a Genazzano, ad esempio). Sa che esistono ordini religiosi che hanno fatto, che fanno del bene, che sono largamente noti per dedizione agli altri, per generosità: ma è estremamente critico nei confronti di quella che noi oggi chiameremo la chiesa istituzionale. Anche l’apertura delle sue Passeggiate romane con una panoramica storia e con una descrizione del ghetto, con il rimando alle umiliazioni secolari cui i pontefici hanno costretto gli ebrei, ai balzelli e contributi cui gli ebrei hanno dovuto piegarsi, mi sembra estremamente indicativa al riguardo. Gregorovius, come comprende chiunque lo legga con occhi attenti, non ama questa chiesa romana. Grazie a Gregorovius a suo tempo ho riscoperto Roma e i paesi intorno alla capitale, che pure conoscevo direttamente. E insieme ho conosciuto e apprezzato lui, lo scrittore Ferdinand Gregorovius, capace di rivivere la storia antica in una luogo ormai diruto, in un capitello di colonna spezzato. In un sasso. Capace altresì di comprendere i patimenti, le gioie, i divertimenti della popolazione romana dei suoi tempi: uomini e donne che lavorano e s’ingegnano, contadini provetti e abili artigiani, vinai, operai. Di apprezzare Roma inondata dal chiarore lunare, di rimanere sbigottito, lui che proviene da una cultura nordica, da altri orizzonti e storie, di fronte alla bellezza di certi paesaggi laziali, ma senza dimenticare la forza di sopportazione, la tenacia degli ebrei, lo sfruttamento degli oppressi, i poveri svaghi di una popolazione in miseria. Ha empatia per coloro che descrive.

Sono rivelatori, i viaggi. Tanto che bisognerebbe essere molto cauti nello scriverne, nel ricordarli, nel comunicarli. Perché sveliamo, parlandone, scrivendone, paesaggi, realtà, rapporti tra persone, rapporti sociali. E non solo. Sveliamo anche, inevitabilmente, noi stessi. Anche laddove non è questa l’intenzione dello scrivere. Ma questo sarà vero anche nel caso di brevi, circoscritti percorsi?

Me lo chiedo, mentre scrivo di un breve recente viaggio verso Salina, verso le migrazioni italiane da Salina. Verso la Salina di oggi. Verso la Salina ottocentesca. Un viaggio che, nell’insieme, è durato tre giorni in tutto, di cui quasi due spesi per recarci sui luoghi, per ripartirne. Chi leggerà questo breve resoconto cosa potrà pensare di chi ha pensato a un itinerario di questo genere?

A Salina / Da Salina

Il 15 giugno 2010 siamo partiti dall’aeroporto di Fiumicino per recarci a Reggio Calabria e da lì a Salina. Siamo in sette: con me c’è Mara Clemente, del Dottorato in Teoria e Ricerca Sociale della Sapienza, a suo tempo fondato da Franco Ferrarotti, ora da me coordinato; ci sono inoltre uno studente, Tommaso, e delle studentesse del corso di laurea interfacoltà in Cooperazione e sviluppo.

Scopo del viaggio, una visita al Museo delle Eolie. Ci pensavo da vari anni, da quando cioè avevo incontrato il collega Marcello Saija che ne aveva parlato con molta passione durante un convegno tenutosi a Gualdo Tadino per la fondazione del Museo regionale dell’Umbria, museo che ho poi avuto modo di visitare e con la cui direttrice abbiamo da tempo scambi di informazioni, di materiali, occasioni di incontro.
 
Leggi l'intervento completo su M@gm@ vol.9 n.1 Gennaio-Aprile 2011 http://www.magma.analisiqualitativa.com/0901/articolo_03.htm
 

Riapertura del Master Immigrati e Rifugiati

 Riapertura del Master Immigrati e Rifugiati

Prevista per l'a.a. 2011-2012 la riapertura del Master Immigrati e rifugiati. Formazione e integrazione sociale, diretto dal professoressa Maria I. Macioti e giunto alla sua decima edizione.

Il Master, attivato presso la Sapienza Università di Roma, si propone di formare esperti nel campo dell’immigrazione e dell’asilo, con particolare riferimento ai settori della formazione e dei servizi pubblici. In particolare, i percorsi formativi riguardano le istituzioni pubbliche, la comunicazione interculturale, il mondo del lavoro.

 

Per saperne di più del Master Immigrati e rifugiati consulta il sito www.masterimmigrati.it o scrivi a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.